FESTIVAL PIÙ CHE DANZA
Per il Festival Più che Danza, avvenuto dal 26 novembre al 02 dicembre 2018, è stata data la possibilità a noi partecipanti di Incubatore, per chi voleva, di creare una propria azione performativa di massimo 15 minuti da presentare durante una serata del festival nel chiostro del Teatro Fontana a Milano.
Come per la mostra “Corpo a Corpo”, anche qui ho deciso di lavorare sul dettaglio e sulla gestualità delle mani. Innanzitutto ci è stato dato circa 1 mese di lavoro partendo da una richiesta fatta da Davide Valrosso: ossia sviluppare un proprio lavoro avendo come punto di riferimento l’architettura e lo spazio. Da ciò ho iniziato a lavorare su un pianoforte attraverso un uso geometrico delle braccia e un’attenzione particolare ai dettagli delle mani. Nel corso del tempo il lavoro è andato complessificandosi e specificandosi: il pianoforte si è trasformato in una tavolo, su di esso sono poi comporsi la stampa di una quadro (Who’s the sinner?, di Cecilia Gioria), dell’argilla che ricopriva interamente il tavolo e l’opera. Mentre il lavoro prendeva forma, si concretizzava sempre più anche il tema del lavoro che è stato così messo in sinossi:
“Un dito, una direzione, l’incrocio tra le mani, determinano il significato di ogni singolo gesto e di un effimero segno.
Variazione #1: S. Velato cerca di svelare e velare la propria identità. Non tutta, solo una parte: per amore, per fragilità, per protezione.
L’azione performativa lascerà traccia di sé per tutta la durata del Festival Più che danza: infatti, al termine della performance, l’opera creata verrà lasciata nel foyer del teatro per permettere a tutti i passanti di vedere svelate, giorno dopo giorno, parti dapprima nascoste.”
Durante la perfomance è successa una cosa molto interessante: difronte a me avevo lasciato una sedia vuota per chiunque si volesse sedere. Inaspettatamente si è seduto un ragazzino che avrà avuto 15 anni che ad un certo punto, all’inizio della coreografia, mi ha preso le mani e me le ha accompagnate sul tavolo. Per me è stato molto forte e potente. Inoltre, mentre danzavo, ho avuto due sensazioni molto importanti:
1) La possibilità di essere costantemente dentro di me e tra il pubblico permettendo così una maggiore vicinanza ed un dialogo empatico con le persone che mi osservavano;
2) Una forte tensione che mi legava al pubblico, che mi è arrivata dritta allo stomaco e che ha permesso alle persone di non distogliere lo sguardo dalle mie azioni.
Abbiamo avuto l’opportunità di poter vedere ogni sera tutti i lavori proposti. Ovviamente qui non posso riportare le riflessioni di ogni singolo lavoro, ma vorrei condividerne alcune sulla settimana in generale. Innanzitutto è stato interessante vedere una eterogeneità delle proposte: tanti mondi, tanti modi di affrontare il lavoro, tanti spunti di lavoro, diverse attenzioni poste al corpo, alla ricerca e alla composizioni coreografica. Sicuramente ci sono stati spettacoli che mi sono piaciuti di più e altri di meno, ma ognuno mi ha permesso di prendere degli spunti per ampliare e definire ciò che voglio nel mio lavoro e ciò che assolutamente non desidero. Un fattore interessante è stata la questione luce che per me è ancora una questione molto aperta e complessa: ho capito che gioca un ruolo fondamentale nel lavoro (ovviamente insieme a tutte le altre variabili presenti) e che un’intensità piuttosto che un’altra, un colore o un altro, l’entrata e l’uscita in uno specifico momento possono cambiare tutta la composizione, modificando l’intera percezione del lavoro di chi guarda.
Questo tema sulla luce è stato ampliamente trattato a livello teorico durante la prima serata del Festival (26 novembre) con una conferenza pre-spettacolo dal titolo “DI LUCE E D’OMBRA”. Questa conferenza è stata tenuta da quattro relatori: Emanuela De Cecco, critica d’arte; Rossella Lepore, direttore artistico Teatro Fontana; Letizia Gioia Monda, docente di coreografia digitale all’Università Sapienza di Roma; Alessandro Pontremoli, docente Università degli studi di Torino-Dipartimento studi umanistici.
È stato molto importante partecipare anche per capire tutto quello che riguarda l’organizzazione: dietro la creazione di un Festival c’è moltissimo lavoro fatto di scelte, decisioni e responsabilità. Decidere i lavori che si esibiranno, programmare ogni serata, tutta la parte amministrativa ed economica, scegliere gli spazi, creare i volantini, preparare tutto ciò che riguarda il sito e i social media, e tante altre cose che comportano molto lavoro. Una cosa che ho imparato è che è impossibile avere tutto sotto controllo e che fare alcuni errori è inevitabile, ma fa parte del gioco. L’importante è lavorare al meglio per creare situazioni, eventi e momenti che possono lasciare un segno a chi guarda.
Durante il Festival sono stati condotti alcune Masterclass da Davide Valrosso, Marco D’Agostin e Daniele Ninarello.
MASTERCLASS CON DAVIDE VALROSSO
Pratica sugli Impulsi: a) dopo aver fatto un riscaldamento generale in comune sul corpo, è stato chiesto di iniziare a muovere il corpo, partendo in piedi, iniziando dai piedi e poi salire al bacino, alle mani, ai gomiti e allo sguardo. Una volta che si è raggiunta l’inclusione di tutti questi punti nel movimento, aumentare la velocità sino al livello 10 per poi diminuire progressivamente sino all’arresto del movimento; b) riprendendo i punti del corpo dell’esercizio precedente, azionarli all’interno di una relazione a due: 1) prima uno muove queste parti e l’altro segue; 2) poi toccarsi reciprocamente lo stesso punto; 3) ci si tocca uno di seguito all’altro senza interruzioni e usando punti di contatto diversi.
Parole chiave: punti di contatto, origine del movimento, reciprocità, continuità della relazione.
Osservazioni:
– Rendere il corpo disponibile , accogliente e consapevole.
– Quali tra le informazioni che provengono dall’altro decido di tenere e quali di lasciare?
– Usare gli imput dell’altro per uscire dalla propria comfort zone.
– Capire quando accogliere e quando negoziare.
– Attraverso l’altro, trasformare il proprio corpo e modellarlo per scoprire cose nuove.
– Promuovere la saggezza.
2. Pratica sulla Cura dell’incontro: in un gruppo da tre: due sono ciechi, mentre il terzo assume il ruolo di “curatore”. Quest’ultimo non ha solo il compito di produrre degli impulsi nel corpo dei bendati, ma l’obiettivo principale è quello di osservare, vedere cosa succede tra i due corpi e far accadere i possibili incontri. Il curatore, dopo aver permesso gli accadimenti, prova a sottrarsi sempre di più e a intervenire solo quando è necessario. Infine, trovare una conclusione a tre sulla base di cosa è per ciascuno l’abbraccio.
Parole chiave: curatore, cecità, ascolto, incontro, possibilità, far accedere, promuovere, accadimenti, abbraccio.
Osservazioni:
– Corpi attenti e percettivi.
– Sospensione dell’ascolto.
– Il curatore deve essere sempre compartecipe.
– Chi è cieco deve essere completamente in ascolto e proiettato costantemente verso l’altro.
MASTERCLASS CON MARCO D’AGOSTIN
1. Pratica su Everything is okay: dopo aver affrontato un riscaldamento del corpo, Marco ha insegnato ai partecipanti una pezzo del suo lavoro presentato la sera prima Everything is okay. Dopo che le persone l’hanno appresa, ha lavorato su ogni singolo movimento specificandone l’intensità, l’intenzione e la qualità.
Osservazione: Ogni gesto deve essere trattato come ogni parola in un discorso, laddove l’intensità, l’intenzione, l’energia, la direzione spaziale, la densità muscolare, rendono più specifico e comprensibile il messaggio.
2. Pratica sulle Opposizioni: a) percepire e muovere l’opposizione testa-bacino; b) percepire e muove l’opposizione talloni-creste iliache; c) percepire e muovere l’opposizione mani-piedi; d) unificare le tre tipologie di opposizione e muovere il corpo nello spazio.
Parole chiave: opposizione, essere mossi tra due poli.


