In questa sessione di condivisione e ricerca sono state aperte due dimensioni distinte: da una parte il lavoro individuale, dall’altra la condivisione di pratiche. Il lavoro individuale è partito da una domanda, posta ad ognuno di noi, riguardante il proprio lavoro come coreografi e su cosa volessimo investire le nostre energie, quali fossero le nostre ricerche e le nostre riflessioni. Questo primo momento di condivisione è stato fondamentale per cominciare a riflettere su dove vogliamo andare, sulla nostra arte e su che tipo di cifra vogliamo adottare per il nostro lavoro. Questa prima apertura ad ognuna delle singole personalità ha condotto anche ad una serie di riflessioni ed esperimenti su cosa significa creare una pratica, quali sono i possibili modi di condurla e quale può essere il modo di accedere, nel corpo e nella riflessione, al tema che ci si propone di indagare. Sia proponedo dei propri studi e pratiche, sia partecipando a quelle dei compagni, è stato possibile tentare e sperimentare, giocare ed azzardare i limiti e le risorse che ciascuno di noi può mettere in campo nell’ambito delle pratiche. Il lavoro quindi si articolava in momenti in cui ognuno lavorava e ricercava in autonomia e in momenti di scambio in cui si partecipava alle pratiche dei compagni o si proponeva loro le proprie. Oltre al lavoro sulle nostre pratiche in questa sessione abbiamo potuto condividere le pratiche dei nostri tutor: questi momenti si sono rivelati preziosi si a per poter affinare la nostra pratica corporea sia per iniziare a capire in quanti modi diversi può essere declinata la questione.

Parole chiave della settimana: pratica, condivisione, feedback, ricerca, elaborazione

 

Che cos’è una pratica?

Istruzione, esecuzione, feedback, repeat all again. Per esempio si può partire da una ipotesi di corpo, delineare una pratica per esso e poi avere la verifica o la disverifica di tale ipotesi. La noia e la frustrazione le appartengono, come la commozione e la ricchezza. In qualche modo bisogna sedurre il mover, sia nel disagio che nel comfort. Possibilità di vedere il negativo della pratica: cosa lascia fuori? Che paesaggio, che possibilità, si disegna se guardo i vuoti che la pratica lascia? Per esempio, una pratica che attinge all’immaginario personale va dal dentro al fuori, il suo negativo è l’andare dal fuori al dentro.

 

 

PRATICA DELLE SPINTE E DEL DISEQUILIBRIO, Franca Ferrari:

Camminare in avanti, indietro e mandando i piedi in tutte le direzioni; mi relaziono sempre con lo spazio e gli altri. Osservo come muta lo spazio e in che modo mi relaziono agli altri. Si parte dalla camminata e poi si esplora la possibilità di generare movimento a partire dalla spinta dei piedi o dal disequilibrio del baricentro, sia in piedi che al suolo. Esigenza di stimolare un corpo “non globale”, frammentato in modo che possa parlare, un corpo che esce dal corpo.

 

Parole chiave:

relazione, baricentro, spinte, disequilibrio

 

Osservazioni:

Nella pratica del cammino emerge che i piedi ed il baricentro sono in relazione, si influenzano reciprocamente attraverso le spinte. Sono emerse almeno due possibilità rispetto alla dinamica del cammino: che i piedi diano la direzione attraverso la spinta e la mobilità del baricentro è ciò che rende il movimento possibile, o che i piedi salvino la caduta del baricentro. Nessuna delle due possibilità esclude l’altra: sono entrambe sempre vere e ciò che cambia è l’immagine che scelgo di nutrire. La pratica apre possibilità diverse a seconda che venga fatta in piedi o al suolo: in piedi le superfici di spinta sono più ristrette e il movimento viene percepito come un ritmo di spinte e passaggi in cui i passaggi avvengono nell’aria. Al suolo, invece, le superfici di spinta e di appoggio sono molto più varie e numerose: si apre la questione di cosa voglio considerare, perchè ci saranno sempre superfici ampie in appoggio che non verranno considerate o che svolgono il ruolo di superficie di passaggio, come l’aria quando si è in piedi.

Nella camminata è già presente la questione della spirale, che si staglia alla percezione nel momento in cui lo sguardo è soffice, il peso è in gioco, così come la trasmissione.

 

 

ARCHEOLOGICAL BODY, pratica di Marco D’agostin:

Attraversare col corpo azioni primarie, posizioni semplici, gesti non evocativi. Ogni azioni, ogni posizione, sono state attraversate miliardi di volte prima che lo facessi io: da millenni noi e i nostri antenati compiamo questi gesti per mille ragioni diverse. Mantengo la consapevolezza che l’organizzazione delle pieghe del mio  corpo (PRIMARIE, SEMPLICI, NON EVOCATIVE) è un viaggio nel passato, un attraversare la memoria degli antenati. Un corpo polveroso e denso, fossile.

 

Parole chiave:

Archeologia, semplicità, passato-presente, memoria

 

Osservazioni:

La semplicità delle pieghe apre la ricchezza dell’immaginario. È possibile che l’abbondanza di immagini porti a un piccolo tradimento della pratica: può provocare una complessità nel corpo che lo fa  uscire dal sistema delle pieghe.

 

 

PRATICA SUGLI IMPULSI, Daniele Ninarello:

Si parte dall’ascolto di invisibili impulsi del corpo, che si evolve nell’amplificazione graduale di questi impulsi su una scala da 1 a 10. lungo questo percorso creare un proprio linguaggio, un proprio alfabeto, qualificando i segni che traccio. Gli  impulsi, quando vengono amplificati, vengono prima proiettati su 4 pareti immaginarie che racchiudono il corpo (questo spazio è stato chiamato spazio aulico), e poi gradualmente sempre più lontano, sulle pareti della sala. Infine posso scegliere se entrare nello spazio di qualcun’altro, cercare di comunicare e di comprendere il suo alfabeto.

 

Parole chiave:

Impulsi, loop, dimensione dialogica, sincronia, lessico

 

Osservazioni:

Che cosa vuol dire impulso? A seconda dell’interpretazione, non univoca e personale, che viene data alla parole emergono tipi diversi e personalissimi di alfabeto. Ci si domanda come nascono i segni alfabetici di una persona ma la risposta può cambiare a seconda che ce la si chieda da mover, maker o spettatore. QUALIFICAZIONE: necessaria per rendere chiaro l’impulso per chi entra in relazione (con lo sguardo o con il corpo) con me; qualificare significa rendere visibile un invisibile: permette di creare un terzo corpo, il corpo della relazione tra me e l’altro. Quando i segni sono qualificati si assiste ad un evento in cui, per quanto misterioso, riconosci un qualcosa.  C’è una differenza tra segno e  gesto: il segno è l’epilogo di una trasmissione, il gesto è un gesto, ha qualità espressiva. Per creare una comunione si parte dal fatto che l’impulso è una vibrazione primordiale che chea dialogo tra i corpi; l’incontro avviene dove i corpi hanno una vibrazione simile. Ma l’incontro non avviene nell’uniformità: ogni singolo è necessario, deve mantenere la propria indipendenza, perchè è fondamentale per l’insieme; quello che va tolto non è la singolarità, ma l’ego.

 

 

PRATICA DEL MANDALA, Daniele Ninarello:

Ho bisogno di fogli e pastelli o pennarelli colorati. Mi pongo una domanda o un proposito per la giornata. Segno il centro del foglio con un punto; attorno al punto disegno un cerchio della grandezza che preferisco. Prendo questa struttura come punto di partenza per creare un mandala. Osservo il mandala, quando è finito, e poi vado nello spazio e lo danzo. Porto con me il mandala per tutto il giorno, ma a fine giornata dovrò distruggerlo.

 

Osservazioni:

Non sempre l’analisi logica è lo strumento adatto. Subconscio, flusso di coscienza e immagini possono aiutare a mettere ordine o stimolare ricche intuizioni. È un documento che viene dal corpo e torna al corpo. Cosa mi ha fatto muovere? Bisogna imparare a sentire ciò che ci attraversa e riconoscerlo. Cosa rimane?

 

 

PRATICA ROTATORIA E DELLO SPAZIO-SPIRALE, Davide Valrosso:

Innesco una rotazione nel corpo partendo da un punto-origine. I punti origine lavorano per mantenere lo stato rotatorio del corpo. Si lavora poi all’incontro con un’altra persona e a come questo incontro modifica il processo e che tipo di relazione si instaura. In un secondo momento attraverso lo spazio tracciando una grande spirale, dalla periferia al centro, rimanendo nel lavoro di rotazione a partire dai punti origine. In alcuni punti di questa spirale ri-presentifico il “fantasma” del compagno con cui ho lavorato in precedenza, rendo di nuovo presente l’incontro e osservo cosa cambia nel corpo.

 

Osservazioni:

Come entro in relazione con l’altro? È stata prediletta una relazione frontale col compagno come se fosse l’unica scelta possibile ma non è così. La relazione può nascere da origini diverse, dallo sguardo, la pelle, l’accordo delle ossa,. Il compito chiede che ognuno trovi le proprie risorse e spinga i propri limiti in modo da abitare il task senza essere dominato da esso: se questo non avviene il rischio è di cadere in una “concentrazione offuscante” che vanifica il lavoro. Nell’attraversare lo spazio-spirale il fantasma viene chiamato o appare? Come modifica il corpo la sua presenza? È una presenza o un’assenza?

 

 

TRASMIGRAZIONE DEL GESTO, Davide Valrosso:

A coppie, entrambi i soggetti propongono un gesto e uno dei due attua un processo di trasmigrazione dal suo gesto al gesto dell’altro. Quando i gesti sono identici il processo riparte a ruoli invertiti. Poi i due gesti di partenza migrano uno nell’altro.

 

Parole chiave:

Trasmigrazione, negoziazione, nascita

 

Osservazioni:

I modi di trasmigrazione sono molti: dalla trasmissione per oscillazione alla trasmissione per dinamica, alla trasmissione per connessioni interne o esterne. In alcuni momenti appare una reale sincronia biologica: questa sincronia rende visibile una logica sottesa, segreta. Lo sguardo che attivo è globale piuttosto che centrale. Diventa visibile, in presenza di una logica sottesa, un dialogo segreto che manifesta un TERZA PRESENZA che è la relazione. La fine è una negoziazione insita nella relazione di ascolto. La qualità del gesto dell’altro viene percepita o no? La negoziazione è necessaria: per entrare in relazione devo rinunciare un po’ a me stesso. Come nasce il gesto? Cosa c’è prima della nascita, cosa c’è dopo la nascita?

 

 

PRATICA SEGRETA, Davide Valrosso:

In solitudine, in uno spazio buio, distesi per terra. Sul plesso solare viene appoggiato un bicchiere colmo d’acqua, ti viene offerto l’aiuto necessario per posizionarlo e sorreggerlo in comodità. Poi vieni lasciato solo, nel buoi. La pratica dura una ventina di minuti.

 

Osservazioni:

L’acqua può essere un passaggio verso una dimensione altra, nascosta. Il buio è un luogo mutevole, la cui toponomastica si delinea col lavoro congiunto di sensi e immaginazione. La sensazione è di essere un custode, un guardiano: non sopraggiunge la noia se ti dai in pieno al compito che stai svolgendo. Contatto con la dimensione liquida del cuore.

 

 

LEGGERE PER GLI ALTRI, Franca Ferrari:

Si leggono a turno dei brani ad alta voce, tratti da racconti, poesie, saggi, testi teatrali. Si legge prima normalmente, poi cercando di metterci più pathos possibile, poi cercando di metterci meno pathos possibile.

 

Osservazioni:

Che cosa sia il pathos è stato interpretato in modi diversi e personalissimi, e di conseguenza anche l’assenza di pathos. Il pathos è identificabile con l’intenzione o con la temperatura emotiva o è qualcosa di diverso? Nella lettura con pathos vengono sottolineate, o fatte emergere, le parole che il lettore reputa importanti. In qualche caso la lettura senza pathos ha fatto emergere una fragilità molto interessante: la voce ha assunto più profondità di campo.

 

 

BRAINSTORMING, Franca Ferrari:

Innesco un elenco di parole a flusso, attraverso connessioni libere, che deve fluire ininterrotto. Il ltask viene svolto in gruppo, prima fermi in un punto dello spazio e poi in una camminata. Successivamente ci si divide in due gruppi: il gruppo che sta fuori sceglie una delle persone che stanno facendo il task e trascrive tutte le parole che dice. Tutte le parole trascritte vengono poi suddivise in categorie; scelgo una delle categorie tra tutte quelle create dai membri del gruppo e provo a vedere se possono essere messe in relazione con la mia ricerca e come queste parole la possono arricchire e influenzare.

 


 

Da Che cos’è l’atto di creazione, G. Deleuze:

È questa la cosa più difficile: cogliere le immagini nella loro datità immediata.

Ad ogni modo un’immagine non rappresenta una realtà presupposta, essa è per se stessa tutta la sua realtà.

La volontà di potenza (il pericolo) del sogno: farsi divorare da quegli degli altri.

Non c’è opera d’arte che non faccia appello ad un popolo che non esiste ancora.

Un’immagine non è una bugia. È reale, tanto. L’arte è un atto di resistenza.

 

 

 

 

 

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