Arrivo a Milano stanca e con un progetto all’orizzonte che interroga il mio ruolo dentro un processo di cura di un delicato lavoro altrui. Decido, quindi: Novembre, mese di provare a stare dentro le cose invece che intorno. Scelgo di seguire i progetti di altri per conoscere meglio e il loro lavoro e nel mentre capisco qualcosa di più di me come interprete. Prima questa parola mi piaceva poco, adesso sorrido e credo che invece a volte diamo a chi è con noi una mappa confusa di un mondo che non esiste ancora e allora sì, c’è davvero tanto da interpretare, a volte chiamando in soccorso altri verbi transitivi. A volte invece lavorare con altre persone vuol dire mettere insieme dei pezzi di qualcosa che esiste nel mondo delle idee e che vediamo entrambe.
Il lavoro di Ida è un’ameba policefala e si può usare per asfaltare una strada con gentilezza. Entro con la curiosità forense di uno guardo lista che ri-mappa i nostri processi mentali. Silvia mappa invece Paradisi ed esplode processi per lavorare sulla filigrana. Caterina ha avuto il coraggio di cambiare idea per essere più vicina a se stessa. La pratica di Francesca secondo me è una pratica. La guardo pensare con le dita, pelle-paesaggio fatto di dune, e ho scritto una poesia che prima o poi le manderò.
Chi ti da in mano la mappa a volte non la vede. Io sento di rientrare in questa categoria.
(foto di me che provo a vedere le cose)
Mi muovo a tentativi e per questo scegliere chi mi tiene per mano diventa una necessità. Se penso alle pratiche di world-making che provo a mettere in campo ogni tanto, mi rendo conto che scegliere di collaborare è una forma di patto senza compromessi di fiducia e protezione reciproca. Ci si sta vicine per nuove ecologie: decidere di usare il mondo come playground non-consensuale per immaginare nuove narrative – una pratica di sopravvivenza che mia mamma ha chiamato giochi idioti per bambini scemi ma che io chiamo il mio lavoro.

Ad oggi penso al “progetto di Incubatore” come al Duomo di Milano. Mi interrogo tanto ultimamente su una sistemicamente indotta richiesta di transitare i processi per la parola. Se potessi verbalizzare tutto forse scriverei e basta. Ma un corpo è un corpo e penso a tutti gli abbracci che ha ricevuto e quello non saprei proprio come raccontarlo. Guardo lei muoversi e penso che le farei un torto alla sua carne cercando di stringere tutto a due parole per scrivere di qualcosa che esiste compiuto e non ha bisogno di sequenze di lettere per raccontarsi, perché parla di sé senza lingua. Cerchiamo modi di schiacciarci tutti dentro una scatola di senso che ha separato il corpo dal pensiero. Esempio la libreria media e condivisa dell’artista contemporaneo, chissà dove il corpo ha stipato tutte le citazioni di Donna Haraway e Gilles Clément. Oltre la gerarchia testa-spalle-bacino-piedi c’è il cervello della tua spalla che sta cercando di sussurrarti qualcosa che parla di te più di ogni ragionatissima costruzione sintattica.

Vogliamo spiegarci ma più ci penso e meno credo che la chiarezza sia l’unico metro di misura della qualità del lavoro. Che privilegio entrare in sala con domande da condividere. Che privilegio entrare in sala e pensare “ok oggi mi spoglio e dico la verità” e trovare l’ambiente che accoglie la vulnerabilità di un’intuizione bambina. Abbracciamo il dubbio, pensiamo e facciamo insieme. Mettiamo un mattone alla volta, prima io poi tu e ancora, ma non costruiamo solo case ma pensiero, e senso ogni tanto. Un fare che abbraccia anche il fatto che a volte progetto alla mano pensiamo che sarà il Duomo di Milano e invece diventa un castello in aria. Solo che se lo vedi anche tu, allora esiste davvero, e allora forse lo potrà vedere anche qualcun’altra, e allora esiste davvero davvero.

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