L’ultima sessione di Incubatore del 2019 è stata incentrata sulla preparazione del festival Più che danza! avvenuto fra il 25 novembre e il 1 dicembre.
Nei giorni precedenti al festival ho avuto modo di presentare il mio lavoro a Marco d’Agostin, discuterlo con lui e continuare a lavorare al suo sviluppo insieme anche a Davide Valrosso. Dopo la svolta che Idillio ha preso nella sessione di settembre ho approfondito la mia ricerca ragionando sul potenziale del materiale creato fino a quel punto. Idillio non propone al pubblico una risposta o una soluzione su come trovare il piacere nella danza e come trasmetterlo allo spettatore. Il progetto pone invece svariate domande al pubblico: cosa mi accade quando sono in scena? Quello che cerco di presentare è un personaggio o sono io? Che cosa mi permette di scavalcare la soggezione che provo di fronte al pubblico ed esibirmi? Il pubblico crede che io stia rappresentando un personaggio o vede solo me? Quanto sono fedele a me stesso quando sono in scena e dove inizia invece la finzione? Quanto c’è di reale in me e quanto invece i miei comportamenti e la mia danza vengono condizionati dall’esterno, dalla circostanza, dalle consuetudini e dal contesto in cui vivo? Cosa c’è sotto al ruolo che interpretiamo ogni giorno in casa, per le strade o al lavoro? Cosa c’è sotto all’abitudine del guardarsi allo specchio pensando “io sono fatto così”? Sto prendendo in giro il pubblico mentre sono in scena? Dovrei essere preoccupato della serietà del materiale che presenterò? Il mio argomento sarà chiaro a tutti i membri del pubblico? Ciò che mi domando è qualcosa che tocca solo me o anche le altre persone?
Le risposte sono svariate: il corpo si irrigidisce, reagisce con paura e cerca di chiudersi su se stesso, ricerca l’ironia nelle sue strutture e nel movimento, si abbandona al ritmo della musica e accantona la mente, si organizza in schemi precisi e regolari cercando di raggiungere l’equilibrio.
Idillio diventa un luogo dove il corpo cerca di estraniarsi dalle conseguenze delle proprie azioni, che non sa come affrontare la situazione dell’andare in scena e si interroga su ciò che questo significhi, quale sia lo scopo (o se addirittura ve ne sia uno) dell’andare in scena. Il corpo cerca dunque di assumere una visione esterna alla questione e al tempo stesso di inglobarla. Una questione che si presenta davanti al performer come un paesaggio pieno di dettagli: allegri, complessi, intricati, ironici, malinconici, equilibrati, bizzarri, insensati, fastidiosi, inopportuni, giusti, misurati, esasperanti…
La stessa coreografia avrà un gusto diverso per ogni spettatore in base alle sue esperienze di vita e alle proprie logiche. Tenendo conto delle singolarità di ciascuno è quindi possibile essere certi che due persone possano condividere perfettamente un’idea? Di che cosa si può essere certi di fronte alle svolte improvvise e involontarie a cui ciascuno di noi viene costretto?
Questa interminabile lista di domande e riflessioni sta alla base del mio pensiero per la ricerca che voglio condurre nel prossimo anno di Incubatore, il tema è molto esteso e complesso, obiettivo futuro sarà riconoscerne gli aspetti principali e provare a trattarli singolarmente svolgendo delle ricerche differenziate.


