Per strada mi diverto a immaginare dove stiano andando le persone e che tipo di musica stiano ascoltando.

C’è chi cammina veloce e chi se la prende con calma.

Mentre andavo in bicicletta questa mattina, ho riflettuto sul fatto che esiste un’apparente coesistenza tra il pensare intensamente a qualcosa e il vuoto cosmico che si manifesta sul volto, simile a quello delle persone nelle metropolitane, temporaneamente sospese tra il mondo esterno e il loro interno. È come se quei brevi momenti di solitudine “condivisa” diventassero degli interludi in cui poter perdersi nei propri pensieri senza la necessità di interagire con gli altri passeggeri. È basilare infatti non incrociare lo sguardo altrui, pena la perdita di 100 punti in questo gioco silenzioso.

Penso poi a come sarebbe vedere la stessa scena, ma in un contesto diverso: prendere tutte quelle persone e metterle in una stanza con la stessa espressione assorta, ma senza il frastuono delle strade o delle rotaie. Le metto tutte lì e le osservo. Mi domando quale sarebbe l’espressione sui loro volti mentre fissano il vuoto, e cosa rappresenti veramente quel vuoto. È qualcosa di tangibile che possiamo osservare, o è semplicemente una mancanza di contenuto?

Nei momenti di apparente vuoto forse c’è sempre qualcosa che circonda.

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