A novembre i partecipanti a Incubatore hanno avuto la possibilità di lavorare all’interno della mostra di arte visiva “Corpo a Corpo”, ospitata e curata all’interno dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In questo contesto ad ognuno è stata assegnata un’opera, con la quale entrare in dialogo per creare una performance continuativa della durata di tre ore. Parallelamente è stata data ad alcuni studenti della Cattolica di scegliere un’opera e di partecipare alla creazione delle performance. Abbiamo avuto la possibilità di lavorare tre giorni in loco, presentando infine la performance il 22 novembre.
L’opera su cui io ho lavorato s’intitola “Appesi all’attimo”, di Francesca Della Toffola, e ho lavorato con due studentesse dell’università che al pari di me si erano interessate a quest’opera. Le studentesse che mi hanno affiancato hanno, sin da subito, acconsentito a partecipare alla creazione come performer.
Appesi all’attimo è una sequenza di ritratti fotografici nei quali l’artista si ritrae dietro un telo, con le braccia e le gambe forma delle lancette all’interno di un semplice quadrante circolare, dal cui centro talvolta affiora un profilo d’orecchio, di volto. Il cerchio, come elemento ritmico e temporale, è centrale per l’artista: «Nel mio lavoro il cerchio rappresenta un orologio vero e proprio ma anche il cielo, il tempo circolare e ugualmente il moto circolare dei pianeti (luna, sole, terra)» dice l’artista (http://www.corpo-a-corpo.it/project/appesi-allattimo-toffola/).
Il lavoro che ha portato alla creazione della performance si è strutturato in stretta collaborazione con le ragazze che con me hanno lavorato e il luogo in cui la performance si sarebbe svolta ha giocato un ruolo centrale nel lavoro di ricerca e composizione.
Primo incontro con le ragazze. Ci scambiamo dei piccoli appunti ed impressioni sull’opera, su cosa ci ha colpito e cosa ci vediamo. A partire da questo scambio delineo una piccola ricerca di riscaldamento: ognuna di noi stila una lista di 10 parole riguardanti l’opera, dopodiché le liste vengono messe al centro e ognuna ha la possibilità di scegliere tre parole, una per ogni lista. Da queste tre parole lavoriamo insieme a tre gesti o azioni che hanno origine dalle parole scelte. Cominciamo quindi a scambiarci i gesti a vicenda, imparando l’una quelli delle altre, fino a che non vengono delineati 4 gesti e azioni definitive: Altalena, Fantasma, Ascoltare, Seguire. Con queste azioni andiamo quindi nello spazio e sperimentiamo come queste possano variare: lente, veloci, più grandi, più piccole, in quanti modi posso ascoltare qualcosa, quante variazioni sono possibili nella sequenza delle azioni.
Questa prima pratica ha prodotto una partitura gestuale che si riproponeva mai uguale e che variava grazie all’iniziativa del singolo, ma con un buon ascolto comune, una consapevolezza del ritmo del gruppo. Osservare le ragazze compiere il task ha fatto emergere due fattori importanti legati allo spazio in cui si sarebbe svolta la performance. Lo spazio era un corridoio stretto e di passaggio, illuminato dalle luci al neon e quindi, per prima cosa avevamo poco spazio di manovra, e per seconda eravamo costrette ad interagire con i passanti, dato che non si poteva bloccare il passaggio. Queste due particolarità spaziali hanno contribuito fortemente a delineare l’aspetto finale della performance.
Il secondo giorno ho provato a lavorare su un task diverso: incorniciare frammenti di realtà all’interno di una cornice fittizia delineata dalle mani. Il compito era mettere a fuoco un frame ben preciso, ritagliare una porzione di spazio al cui interno si trovasse almeno un frammento di corpo, proprio o altrui. Le performer in questo modo interagivano non solo con lo spazio intorno ma anche con i passanti e tra di loro. Il tempo di ogni frame veniva deciso al momento, a condizione che la scelta fosse precisa e ben specificata. Questo task è diventato, nel corso degli ultimi due giorni di lavoro, il tema e l’azione performativa principale di questa performance.
A questa partitura ho voluto aggiungere un secondo elemento, una scena in un certo senso, che fungeva da bonus: ad un segnale le performer si sarebbero unite nello spazio, in fila indiana, con le teste appoggiate una all’altra. Le teste si sarebbero poi accordate in un movimento oscillatorio comune che provocava un’onda attraversante le tre teste.
Il terzo giorno di prova ho aggiunto l’elemento finale della performance: ho voluto rendere ancora più visibile l’atto di incorniciare il presente consegnando alle performer (e a me stessa, visto che ho partecipato con loro) delle lastre di plexiglas arancione trasparente, che avrebbero quindi modificato materialmente il colore del frame, rendendolo evidente.
Nel momento in cui tutti gli elementi erano definiti ci siamo dedicate a delle prove continuative dell’azione performativa, affinando soprattutto le variazioni ritmiche del singolo e del gruppo come insieme, così come la consapevolezza e attenzione verso le compagne performer, anche con la fatica di un’ora di lavoro o più sulle spalle. Sono molto soddisfatta del lavoro compiuto con loro, e del risultato ottenuto.


