(Tutti i principi sono sempre presenti anche se identifico un principio cardine. Tutte le pratiche contengono le altre.)

Pratica degli assi e dei piani – trovato un posto nello spazio come una “doccia” che mi si riversa cerco la verticalità della posizione in piedi modificando l’appoggio, muovendo il peso sulla pianta del piede, stando su un piede solo, diminuendo o ampliando la superficie d’appoggio del piede. Nella ricerca e nella definizione di verticalità e asse corporeo nel piano verticale cerco al contempo una neutralità che non annulla la consapevolezza di spostare un asse verticale nello spazio quando comincio la camminata. Allo stesso modo, a terra cerco attraverso lo spostamento nello spazio con dei rotolamenti di ritrovare l’asse corporeo su un piano (spaziale) orizzontale; variando di livello cerco e definisco l’asse nel piano diagonale. Nella ricerca dell’asse corporeo in tutti e tre i piani chiarifico questi allineamenti ma il definire l’allineamento dell’asse corporeo rispetto ad un piano non arriva attracerso un blocco o stop bensì rimanendo e dilatando una sospensione; non c’è mai un punto definitivo ma lo svolgersi di punti di sospensione che pur non finendo creano molta chiarezza.
Il lavoro nello spazio è comunque una esposizione personale indipendente dal movimento degli altri anche se appare più volte che la loro presenza e il loro movimento evidenzi delle aree spaziali o mi suggerisca alcune scelte di movimento.

Qual’é la mia maggiore difficoltà?
Una pratica che proporrei partendo da questo lavoro è cercare come è possibile diversificare i cambi di asse quindi come è possibile “diversificare” le sospensioni. Fino a che punto posso rallentare o tendere una “sospensione”? Quanto secca può essere senza diventare un “arresto”? Posso rilasciare un minimo “riverbero” ad una fine più netta senza che sia definitiva? Qual’è il limite tra qualcosa di “netto” e qualcosa di “definitivo”?

La proposta di Lorenzo è una pratica sulla fluidità: come posso legare due piani trovati? Come riporto la fluidità sul lavoro dei piani e dell’asse? La definizione di fluidità è strettamente legata al concetto di trasmissione come fluire di un movimento continuo dove non ci sono punti ma solo accelerazioni e rallentamenti. Ognuno di noi svolge la pratica rispondendo alle domande di Lorenzo con una sua interpretazione. Quello che provo a fare è mantenere continuamente un movimento alternando diverse velocità scoprendo che la fluidità prescinde dalla velocità, il movimento può scorrere sia nella sua lentezza che nella sua velocità.
Per essere fluidi comprendiamo la necessità di trovare degli appoggi (terreni e spaziali) su cui distribuire il peso in un gioco con la gravità.
La proposta successiva è quella di Ashveena e la identifichiamo come pratica di togliere un appoggio. A coppie, uno assume una posizione a più appoggi (partiamo da 4), l’altro identifica un appoggio discriminante, senza il quale cadiamo) lo toglie dal pavimento sorreggendolo e lascia il tempo al corpo di riorganizzarsi sugli altri appoggi per poi spostarlo in un altro spazio. Passiamo quindi alla definizione di riorganizzazione del corpo.

Da questa Tullia evolve nella proposta di togliere un appoggio discriminante e metterlo al posto dell’appoggio predominante prima a coppie e poi da soli.
La scoperta che facciamo è che se rimaniamo fedeli alla consegna generalmente il luogo in cui si trova l’appoggio che spostiamo è sempre la stessa perché ci limitiamo a scambiare la distribuzione del peso sugli appoggi (la visione è qualcosa di centripeto) se invece lasciamo avvenire una riorganizzazione del corpo attraverso lo spostamento degli appoggi al suolo favoriamo la trasmissione e apriamo più strade (ci si apre allo spazio e si ha una visione centrifuga). Come si possono considerare, oltre al pavimento, anche appoggi nello spazio che ci circonda? Abbiamo diverse interpretazioni per la pratica: io considero il corpo come in contrapposizione e appoggio a una moltitudine di appoggi: tutte le parti del corpo appoggiano su un piano quindi ne identifico e scelgo uno, cerco di mantenerlo fisso nello spazio e lo utilizzo per appoggiarci un’altra parte del corpo. Giacomo cerca invece un appoggio in aria da utilizzare come perno per sviluppare il movimento e trovare un nuovo appoggio.
Per capire la definizione di appoggio possiamo a coppie spingere le mani uno verso l’altro esercitando sempre una pressione che non si esaurisce mai ma che può variare nell’intensità; allo stesso modo deve essere la pressione che esercito nello/con lo spazio.
Seguendo le proposte di Tullia, pongo la questione: quali differenze si hanno lavorando sul tempo in cui tolgo l’appoggio portante per occupare lo stesso posto? Prima libero lo spazio? Vanno insieme?

Parlando di riorganizzazione del corpo passiamo alla pratica proposta da Davide in cui a coppie una persona é a terra sdraiata e procede nello spazio con delle spirali, l’altra deve indicare il punto guida / d’origine del movimento. Nel far cominciare il movimento da quel punto devo togliere e contrapporre il resto del corpo. Il corpo, come quei giochi in cui la figura si svela colorando diverse parti ( il punto di origine del movimento è definibile anche come inizio del principio di frammentazione), può far nascere il movimento da diversi punti di origine ed è cambiando ogni volta il punto che il corpo si rivela nella sua complessità e democrazia, intesa come contrapposizione di varie parti)
La stessa pratica si può svolgere con il compagno che indica due punti e la persona sdraiata che sceglie un punto intermedio ai due indicati come punto d’origine.
Singolarmente: scelto un punto d’origine partiamo per muoverci nella spirale avanzando nella attraversata (con una direzione).
Se siamo al suolo la spirale si esaurisce con l’impatto al pavimento (altrimenti dovrebbe continuare sottoterra), se invece riportiamo il lavoro in piedi nel piano verticale la spirale è infinita e quindi siamo noi che decidiamo quando cambiare punto di origine. Se come abbiamo detto c’è sempre un punto d’origine e altri punti in contrapposizione è vero anche che nella circolarità, dopo la partenza punto guida e contrapposizioni si confondono sembrano seguirsi l’un l’altro; di conseguenza il modo per rigenerare la spirale può essere quello di cambiare direzione, giocando sui tempi,…
Altro esercizio per renderci più consapevoli del punto guida e in particolare del movimento delle parti che si tolgono e si contrappongono è a coppie, un compagno ad occhi chiusi in piedi, l’altro delimita e esercita una leggera pressione su un’area del corpo dell’altro il quale deve allontanare i due punti, lasciare più spazio al punto fra le due mani.

(Davide) Ognuno poi, secondo le sue modalità e scelte, prende 10-15 minuti per se per creare una breve composizione a partire dalla definizione di spirale (intesa come volume ≠ bidimensionalità), assicurandosi che ci siano inizio e fine ben chiari.
Per quanto mi riguarda, disegno una traccia spaziale, un percorso e scelgo le modalità, i livelli, la ritmica, la dinamica,…con cui percorrere il percorso.

Dalla dimostrazione e dall’osservazione di tutte le composizioni si cerca di: disegnare una sorta di elettrocardiagramma che riproponga la dinamica, disegnare il percorso svolto, scegliere 3 parole o aggettivi che la visione ci suggerisce.
Dalla prima fase della mia esposizione del lavoro le osservazioni e le parole sono:
verticalità
statua / immaginario greco
punti
frecce
paradosso
equilibrio / disequilibrio
contrasti accennati ( variazione tra una certa gamma di intensità di contrasti, non il max o il mini)
rimbalzo
schiena
ritmica
drum
aspirazione ( ≠ tensione )
musica del corpo / visiva
gioco
dettagli
tanti finti finali

Dai lavori degli altri le mie osservazioni riguardo principalmente delle immagini o significati che la qualità di movimento o il disegno spaziale della composizione offre:
atmosfera militare, l’immagine di un’alga, il perseguire una traccia, il marcare un territorio, trovarsi in due spazi diversi, una bolla che scoppia, un mirino che si organizza per poi partire deciso…in altre composizioni riconosco chiaramente e sono portata a concentrarmi di più a elementi coreografici o fisici: la ripetizione, il numero 3 che ritorna nella ripetizioni, un botta e risposta rispetto allo spazio utilizzato e al tempo che mi viene dato da un movimento circolare nello spazio e da una (Qual’è il ruolo che può assumere una camminata nella composizione? Stacco e uscita per poi rientrare nel discorso, trovo un altro luogo nello spazio, …? ) , un discorso, attenzione al tempo e alla velocità, una ascesa.

Si aprono due piccole parentesi:
Come può essere diversa la presenza del movimento rispetto alla composizione? centripeta, porta lo spettatore all’interno o al contrario una presenza in apertura, fa aprire lo sguardo allo spazio;
C’è differenza tra tempo e ritmo?

Lavoriamo ora a coppie per apportare con uno sguardo esterno delle modifiche alla composizione ( 2° )facendo dei tentativi differenti. Giacomo, per la mia, mi chiede di:
– mantenere la lentezza del primo movimento in tutta la prima spirale
– tendere la parte di tensione oltre che verso l’alto negli equilibri e disequilibri soprattutto verso la diagonale
– nella parte in ginocchio rallentare il movimento delle gambe e contrapporgli delle braccia che indicano velocemente le direzioni, come delle frecce
– la fine togliere i piccoli “finti finali” e chiudere con una sorta di spegnimento/crollo degli arti che dal relevè di schiena mi fa scendere.

Nella sua composizione la mia richiesta è invece quella di mantenere invariata la sequenza ma di ingrandirla allo spazio, senza aggiungere ulteriori movimenti utilizzare degli elementi che già ha inserito per muoversi nello spazio ma anche per consolidare delle immagini. In un passaggio in cui la spirale parte dal piede chiedo di ripeterlo più volte e nella ripetizione inserire delle pause, lasciando libertà di decidere quando e quando lunghe devono essere.

Tornando ad approfondire l’organizzazione del corpo durante il movimento con una pratica che mette a confronto un corpo unico con una struttura uniforme come quello di una sciarpa e il corpo umano che si caratterizza per essere un corpo complesso, composto da segmenti rigidi, parti elastiche, molli, acqua,..
Prendo quindi la sciarpa che sta a terra da un punto specifico e inizio a sollevarla verso la verticale fino a farla sollevare dal pavimento osservando come si organizza; arrivo alla fine ad averla sospesa tra il punto di appoggio e terra.
Allo stesso modo scelgo un punto del corpo del compagno, disteso a terra, e lo faccio ascendere. Le mie osservazioni durante la pratica sono: il corpo del compagno ha maggiore tempo di organizzazione se per raggiungere la verticale passo attraverso un movimento circolare (confronto con Feldenkrais) o con un’oscillazione come nota Giacomo. Ciò su cui portiamo l’attenzione è principalmente che il corpo nella sua riorganizzazione si trova nel mezzo della contrapposizione tra forza gravitazionale e energia del corpo e in questa opposizione di forze deve decidere con quale intensità stare, se lasciarsi più a una o all’altra,..
Provo anche individualmente, scegliendo un punto che guida verso la verticale a riorganizzare il corpo prestando attenzione all’opposizione e provo anche cercando di raggiungere direzioni diagonali.

Partiamo ora dalla definizione di baricentro inteso come punto di applicazione della forza peso, luogo d’incontro delle forze gravitazionali. Esso non è un punto anatomico ma un punto fisico.
In italiano, nel movimento, si parla spesso di “peso”, da spostare, da muovere,… ma questa parola ha portato molta confusione poichè rimanda a qualcosa che è attratto alla terra in modo pesante. Altre lingue invece prediligono la scelta,per descrivere pratiche simili, delle parole “massa” oppure “centro gravitazionale”,…perchè rende più il senso di dinamicità e leggerezza.
(Le parole “peso” o “baricentro”, in ogni caso, hanno senso solo in un contesto immerso nel campo gravitazionale. Riflettiamo sul principio di accelerazione di un corpo in caduta, diventa necessario attivare l’opposizione.)

A coppie portiamo le pani e identifichiamo nel corpo del compagno a 4 zampe dove si trova il baricentro. Poi anche da soli portiamo l’attenzione al baricentro e spostiamolo in un’altra direzione per comprendere come si organizza il corpo: spinge nelle direzioni opposte per equilibrare lo spostamento.

La pratica successiva consiste nel, come penne a sfera, disegnare un percorso nello spazio immaginando un foglio all’altezza del baricentro / sposto il baricentro. Il percorso tracciato è fatto di segmenti, curve, tangenti, secanti,.. Anche se la retta è fatta di punti decidiamo di portare l’attenzione sul percorso e quindi “tirare” la linea e non evidenziare ogni singolo punto. Le differenze principali tra il segmento e la curva sono:
il segmento è netto e implica un cambio di direzione attraverso un punto-perno. Nello spazio il corpo che si muove su una retta si può visualizzare come un cilindro; la curva invece è graduale e implica una inclinazione, quindi di conseguenza anche una dinamica. La sua visualizzazione nello spazio corrisponde ad un cono.

Nel passaggio dalla curva alla retta posso avere due situazioni: se la retta è tangente allora posso avere un passaggio graduale in cui dall’inclinazione torno alla verticalità, se invece la retta è secante ho inevitabilmente un angolo.

Ognuno definisce il suo percorso e poi facciamo il tentativo di unire nello spazio il movimento su un percorso di più persone (relazione con gli altri e con lo spazio). Nel caso della richiesta di Cecilia con Lorenzo, Martina e Giorgia ognuno di loro deve fare il suo percorso rispondendo alla necessità di accellerare o rallentare, lavorando sulla dinamica (senza giocare con il ritmo)
In questa pratica, sia da solo che in gruppo si tratta oltre al tracciare il percorso nello spazio anche di rapportarmi con lo spazio.

Qual’è la relazione del corpo in movimento con lo spazio/altro da sè?
Oltre a muoverci nello spazio gli diamo anche forma / disegniamo lo spazio. Il corpo è partecipe e rende più presente l’altro da sé ( forze, ambiente,…)
Il senso dello spazio si associa infatti anche al senso del movimento: procedere in avanti corrisponde ad “entrare nello spazio”, procedere indietro “lasciare lo spazio”, andare in diagonale “tagliare” lo spazio, in orizzonatale “attraversare”. Inoltre dare forma allo spazio richiede anche l’utilizzo e la diversificazione di più livelli, l’arredo di uno spazio vicino piuttosto che uno spazio lontano, riempire o dare aria / lasciare vuoto uno spazio,..; in generale definire lo spazio attraverso l’occupazione.

Ritornando alla composizione, per fare nuovi tentativi proviamo a trasportarla nel nuovo percorso che abbiamo creato per scoprire come alcuni spazi piuttosto che altri diano più valore, o semplicemente un diverso senso, alla nostra composizione. Rinnovando la composizione della spirale utilizzando il percorso del baricentro nello spazio ( 3° ) ne esce una terza versione in cui osserviamo che es. la parte iniziale è valorizzata diversamente procedendo dal fondo verso avanti o come dei particolari es. la testa rilasciata indietro sono colti diversamente, in maniera più evidente.
(altra nota è sul movimento della spirale che pur compiendosi rimane molto sagittale nel tronco, come una rotazione di 180 in 180. Posso rendere meglio anche tutte le altre angolazioni? )

Definizione delle figure del coreografo, colui che crea la coreografia e quindi i passi, dance maker, colui che crea “danza” in senso più generale, l’idea, la struttura,… il dramaturg, colui che analizza, scrive, ricerca dei rimandi della composizione con conoscenze culturali, filosofiche,..

Qual’è il compito del coreografo nel 2018? Proseguire nell’evoluzione dello studio sul movimento del corpo partendo da dove siamo arrivati.

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